TANTI AUGURI LUCIANO!

TANTI AUGURI LUCIANO!

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Ci sono squadre forti, a volte fortissime, alle quali manca però qualcosa. Non sai definir cosa: a volte un nulla, un granello, un ingranaggio; manca uno che magari campione non è, ma che ti lega i campioni che ci sono, che li fa giocare meglio e insomma… li fa diventare squadra. Se hai la fortuna, in corso d'opera, di trovare quell'ingranaggio, sei a posto: succede alla grande Fiorentina di Pesaola nell'anno dello scudetto, che l'8 dicembre 1968, contro il Napoli di Zoff, inserisce fra il primo e il secondo tempo un ragazzino che si chiama Ciccillo Esposito e da lì in poi non lo leva più, e come per magia De Sisti, Merlo, Amarildo, Rizzo, Chiarugi, cominciano a diventare un'orchestra; e qualche anno dopo succede al Napoli di Maradona, del giovane Ciro Ferrara, di Giordano, di Carnevale e di De Napoli: ad ottobre arriva una ex promessa del Milan, si chiama Francesco Romano, finito nel frattempo nel dimenticatoio cadetto: prende in mano il centrocampo e da quel momento Diego e gli altri funamboli, che già viaggiavano forte, trovano l'equilibrio; ed ancora capita l'anno dopo al grande Milan di Sacchi, un concentrato di fenomeni irripetibile, al quale però nel mezzo pare aprirsi sempre un varco; lo colma Angelo Colombo, uno senza pedigree, ma coi polmoni, la corsa e l'intelligenza con i quali Arrigo trova, come si dice, la "quadra". Sono quelli che non ti aspetti, ma che quando li becchi non li molli più. 

E una cosa uguale avviene nella Fiorentina del 1981-1982: la squadra più grande (e anche il più grande rimpianto) che ci resta dal 1969 ad oggi. Antognoni che è Antognoni, Graziani che è il centravanti della nazionale, Pecci che è il miglior regista d'Europa, Bertoni che è il compagno albiceleste di Maradona, Massaro che corre così forte ed è così decisivo, sempre, da sembrare un giovane marziano; Vierchowod che è già, a ventidue anni, il miglior difensore italiano, e poi Galbiati che in Italia meglio di lui c'è, in quel momento, solo Scirea, e Galli che meglio di lui, o forse anche no, c'è solo Zoff; tutto bellissimo, ma manca qualcosa. Perché la squadra ad ottobre appare spesso slegata, subisce contropiedi improvvisi, ha il solo Casagrande a tamponare ed a correre. Nel mercato di riparazione autunnale (quello che inizia a fine settembre e termina ad inizio novembre) nessuno si accorge o pone troppa attenzione sul fatto che il DS di allora, il fenomenale Tito Corsi, è andato nel suo territorio prediletto, il nord est (lui che era stato per anni tra Vicenza e Udine) a prendere un ragazzo non più giovanissimo, di venticinque anni, che non si riesce a ricordare che ruolo abbia: ha fatto il terzino, il mediano, l'interno, nell'ultima stagione a Udine quasi sempre il libero. Oggi si direbbe un universale todocampista; allora semplicemente quei giocatori lì si chiamavano Jolly. Si parla di Luciano Miani, abruzzese di Chieti, cresciuto in gioventù nella Juve, poi passato in B da Terni e successivamente lanciato da GB Fabbri nello sfortunato Vicenza post miracolo del 1979, e infine finito nelle zebrette. Tito Corsi intuisce che uno così ti può sempre servire e che quelle caratteristiche, che a Firenze tutti ignorano, in quella rosa fantastica in realtà non le ha nessuno. De Sisti - che capisce, come quando era giocatore, tutto prima degli altri - se ne accorge nel secondo tempo di Cesena, l'8 novembre 1981. La neo promossa romagnola guidata da GB Fabbri, con due contropiedi squarcia il centrocampo viola, mentre Pecci e Antognoni restano a guardare. Umiliante 2 a 1, e la sensazione che con partite così farai fatica a guadagnare un posto in Uefa, altro che lotta per lo scudetto!!! Miani quel pomeriggio è in panchina e non fa in tempo ad entrare. Ma Picchio ha già in mente qualcosa: dopo la sosta per la nazionale arriva a Firenze, il 22 novembre, il lanciatissimo Genoa di Gigi Simoni (che ha appena battuto la Juve), in una sorta di domenica tra il dramma e la palingenesi. Il Mister viola stupisce tutti ed anticipa un concetto che poi in molti, qualche lustro dopo, si troveranno ad imitare: toglie un difensore ed aggiunge un centrocampista; trova l'uomo in più e quell'"in più" è Luciano Miani, in campo dall'inizio con la maglia numero 3. Improvvisamente l'orchestra comincia a suonare: la Fiorentina è sempre in superiorità numerica, Antognoni e Pecci trovano sintonia, la difesa soffre meno; Miani parte da sinistra, si accentra, recupera, tampona, si aggiunge fisso al centrocampo, copre Massaro, guadagna campo, pressa sempre il portatore di palla avversario. Quando nel secondo tempo, in mezzo ad una delle sue partite più belle di sempre, Antognoni viene abbattuto da Martina e per qualche secondo perde la vita, al sollievo di sapere che il suo cuore ha ricominciato a battere, si aggiunge lo sconforto che per tanti mesi non ci sarà più. Lui, il capitano, l'angelo biondo, è davvero insostituibile. Ma Picchio, nella complicata settimana successiva, ha già in mente la soluzione, e cambia completamente di nuovo assetto: divide i compiti di Giancarlo tra Bertoni e Pecci (che sono due campioni assoluti) e copre la metà campo con il suo nuovo Jolly; Luciano Miani "quadra" letteralmente il centrocampo della Fiorentina e da lì in poi - anche dopo il rientro di Giancarlo in primavera - non uscirà più, giocando tutto il resto del campionato da titolare. Da quel 22 novembre 1981 la Fiorentina prende il volo: gioca un match coraggiosissimo a Torino con la Juve strappando uno straordinario pareggio, vince dopo molti anni a Bologna, batte nelle due domeniche natalizie le due rivali più accanite, il Napoli e l'Inter, va a consolidare il primo posto ed a vincere il titolo d'inverno a Udine. Miani non sbaglia un colpo: chioma fluente, riccioluta e corvina da primissimi anni ottanta, dimostra di saperci fare, e bene, anche davanti alla porta: di testa è fortissimo, ed ha l'innato senso, per chi viene da dietro, di inserirsi al momento giusto. E succede così che quando i due bomber (Ciccio e Daniel, che nel frattempo hanno cominciato a segnare regolarmente valanghe di gol) vengono bloccati, ci pensa lui ad andare a segnare gol pesantissimi in partite di importanza colossale: dopo il gol al Dall'Ara, va a spizzare di testa un angolo tagliatissimo di Bertoni contro il Milan in casa per quell'uno a zero che ti tiene primo in classifica. Ed a marzo, con un movimento di astuzia diabolica, corregge in porta una punizione sempre calciata da Bertoni, battendo la Roma in una domenica complicatissima, ed eliminando i giallorossi dalla corsa scudetto. E a due giornate dalla fine, in un domenica dannata a San Siro contro l'Inter, dove non si riesce a segnare mai, fionda un mancino diagonale (è ambidestro e gioca in ogni dove) che ci tiene in vita prima della beffa assurda e sanguinosa di Cagliari. La Fiorentina ha trovato il suo equilibratore: è nel pieno degli anni, sta bene, è fisicamente eccellente, si inserisce alla grande nello spogliatoio, sostituisce i difensori, i centrocampisti, e segna anche gol decisivi. 

Ma come i tanti sogni che si spensero in quell'ultima giornata a causa dei bianconeri innominabili, anche per Luciano la squadra di Agnelli segna la fine di quell'improvvisa ascesa. E' l'inizio del campionato successivo, e in un 10 ottobre piovoso e foriero di guai la Juve sta immeritatamente vincendo a Firenze grazie ad una testata di Brio. Miani è entrato da pochi minuti, è la mossa di Picchio per rafforzare gambe e geometrie a centrocampo. Luciano è corretto, non fa quasi mai fallo, gioca pulito ed ha il tackle sempre regolare. Davanti a lui Platini, che, arrivato da un mese, sta facendo fatica e non la prende quasi mai: il nostro uomo è in netto vantaggio su una palla vagante, quando il francese, per anticiparlo, fa un intervento fuori tempo sul campo fradicio, rovinandogli una gamba. L'arbitro se ne accorge appena, Luciano esce dolorante, i giocatori viola inveiscono, il Trap leva il francese, ma c'è poco da fare: il malleolo si è spezzato di netto e a quel tempo è una mezza sentenza. Ancora loro, a troncare una bella storia viola che si stava affermando. Quando tornerà a fine campionato, Miani troverà ancora modo di segnare, quasi fosse davvero un predestinato, ancora sotto la pioggia, contro la Sampdoria. Purtroppo è andata: giocherà poco l'anno dopo, fino a lasciare Firenze tra mille rimpianti. Resta lui, assieme a qualche altra suggestione, l'immagine di quella squadra da sogno che si fermò sotto il sole sardo di fronte al fischio disonesto di un arbitro di Macerata (al secolo Mattei) e al fallo cattivo di un francese che non vogliamo nominare. Auguri Luciano, ci abbiamo provato, il mondo e la sorte ci furono avversi. 

Fabio Incatasciato