Ricordi di Amarildo e Julinho

Ricordi di Amarildo e Julinho

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Oggi l’Associazione Glorie Viola ricorda due grandi calciatori che hanno vestito ed onorato la maglia della Fiorentina: Julio Botelho, detto Julinho, nato a San Paolo (Brasile) il 29 luglio 1929, che oggi avrebbe compiuto novanta anni, ed Amarildo Tavares del Silveira, detto Amarildo, nato a Campos dos Goytacaz (Brasile) il 29 luglio 1939, che oggi compie ottanta anni. Due grandi campioni brasiliani che hanno contribuito in maniera fondamentale alla conquista degli scudetti della Fiorentina nella stagione 1955-1956 (Julinho) e nella stagione 1968-1969 (Amarildo). Qui di seguito il profilo dei due suddetti grandi ex calciatori brasiliani tracciato dal Vice Presidente dell’Associazione Glorie Viola Roberto Romoli.

 

AUGURI RILDO!

Oggi compie 80 (ottanta) anni Amarildo Tavares de Silveira, noto più semplicemente come Amarildo, (ed a Firenze ulteriormente abbreviato in Rildo), nato a Campos dos Goytacaz (Brasile) il 29 luglio 1939, uno dei protagonisti dello Scudetto conquistato dalla Fiorentina nel Campionato 1968-1969. Amarildo iniziò la sua carriera calcistica giocando nella squadra della sua città natale, il Goytacaz, poi passò al Flamengo, ed infine al Botafogo, dove giocò per cinque anni, dal 1958 al 1963, disputando duecentotrentuno partite e segnando centotrentasei gol. Nel Botafogo Rildo si mise particolarmente in luce, tanto da entrare nel giro della “Selecao” e da essere inserito nella lista dei ventidue calciatori brasiliani selezionati dal Commissario Tecnico Moreira per il Campionato del Mondo che si disputò in Cile nel 1962. Partito come “seconda linea”, Rildo venne utilizzato dal Commissario Tecnico brasiliano quale titolare nella fase finale del torneo in conseguenza del grave infortunio subito da Pelè, in sostituzione del campionissimo brasiliano. Rildo non fece rimpiangere “O Rey”, ed anzi si mise in particolare evidenza, segnando tre gol, fra i quali quello del momentaneo pareggio del Brasile nella finalissima disputata contro la Cecoslovacchia, poi vinta dalla nazionale verde-oro per 3 – 1. Nell’estate del 1962 si scatenò una vera e propria asta fra Juventus, Milan, e Fiorentina, al fine di accaparrarsi le prestazioni del “garoto” (questo il soprannome di Rildo), ma la Federazione Italiana Gioco Calcio intervenne per bloccare la predetta asta ed impedire quindi il trasferimento in Italia del calciatore brasiliano. Ma l’anno successivo – era l’estate del 1963 – il Milan riuscì ad acquistare il cartellino di Amarildo, il quale iniziò così la sua avventura in maglia rossonera. L’esperienza del calciatore brasiliano a Milano durò quattro anni, e fu molto positiva nei primi due anni, meno positiva negli ultimi due anni. Alternò grandi partite a gare inconcludenti, anche a causa del suo carattere tutt’altro che docile, e che non infrequentemente lo faceva reagire alle scorrettezze dei difensori avversari, i quali, spesso, lo provocavano con ripetuti interventi fallosi e/o con frasi ingiuriose; tutto questo lo innervosiva non poco, e talvolta lo portava anche a reagire “fisicamente” ai falli ed alle provocazioni degli avversari, collezionando così espulsioni e squalifiche. Certo è che comunque, nei suoi anni milanesi, Rildo aveva confermato di essere un calciatore di primissimo livello; e così, nell’estate 1967, la Viola ed il Milan si accordarono per uno scambio di calciatori: Hamrin passò al Milan, ed Amarildo venne trasferito alla Fiorentina. Tale scambio (con un conguaglio di circa ottanta milioni in favore del Milan) fu inviso alla maggior parte dei tifosi fiorentini, che erano affettivamente legati ad Hamrin, ma i fatti dimostrarono che entrambe le squadre trassero vantaggi dall’operazione summenzionata: Hamrin segnò gli ultimi gol della sua straordinaria carriera contribuendo alla vittoria milanista dello scudetto e della Coppa delle Coppe nella stagione 1967-1968, nonché alla vittoria della squadra rossonera della Coppa dei Campioni nella successiva stagione 1968-1969, mentre Amarildo fu uno dei principali artefici dello scudetto vinto dalla Viola nella stagione 1968-1969. Per la verità il primo anno di Rildo in maglia gigliata non fu eccezionale, anche perché venne condizionato da un grave infortunio da lui subito a Ferrara nel corso della gara Spal – Fiorentina disputata il 7 gennaio 1968, che lo tenne fuori squadra per tre mesi. Nel successivo anno 1968-1969, dopo un tardivo rientro in Italia dovuto a rivendicazioni contrattuali sollevate dalla signora Nicea, sorella di Rildo e suo procuratore “ante litteram”, il "garoto" mise tutta la sua immensa classe e la sua esperienza al servizio della squadra, e, sfruttato al meglio dal neo-allenatore Bruno Pesaola, contribuì grandemente alla conquista dello scudetto della Viola. In quel Campionato Rildo giocò venticinque partite, segnò sei gol, e fu il vero e proprio “regista” dell’attacco della Fiorentina, dispensando “assist” per le punte Maraschi e Chiarugi, e deliziando il pubblico con giocate di alta scuola. Eccellente il suo “sinistro”, è stato uno dei più grandi “cecchini” viola di tutti i tempi per quanto concerne l'abilità nell'esecuzione dei calci di punizione; la sua “mattonella” preferita era quella posta ad un metro circa oltre il limite dell’area di rigore, leggermente spostata sulla destra, così da poter “piazzare” il pallone all’incrocio dei pali alla sinistra del portiere avversario con precisione millimetrica, ma era in grado di “far male” anche da altre posizioni, ed anche calciando "di potenza". Rildo ha realizzato molti gol su calcio di punizione, ed in particolare ne ricordiamo uno – importantissimo – segnato a Pisa il 12 gennaio 1968, che portò la Viola in testa alla classifica. Il suo ultimo anno di militanza nella Fiorentina fu invece caratterizzato da una notevole discontinuità di rendimento: infatti alternò partite di alto livello con gol di straordinaria fattura a prestazioni decisamente incolori. Nell’estate 1970 lasciò la Viola e fu acquistato dalla Roma, dove disputò i suoi due ultimi Campionati italiani, prima di fare ritorno in Brasile, ove, giocando nel Vasco de Gama, chiuse la carriera nel 1974. Tornò in Italia in qualità di allenatore delle squadre giovanili della Fiorentina, poi fece esperienze come "capo-allenatore" nel Sorso, nella Rondinella, nella Turris, e nel Pontedera. Nella stagione 1990-1991, al tempo di Lazaroni, tornò alla Viola in qualità di vice allenatore. Oggi Rildo vive nel suo Brasile, e segue sempre con affetto la Fiorentina, la sola squadra italiana che gli è rimasta nel cuore. Auguri Rildo, un grande abbraccio, buon compleanno!

 

 

RICORDO DI JULINHO

Il 29 luglio 1929, esattamente 90 (novanta) anni fa, nacque a San Paolo (Brasile) Julio Botelho, detto Julinho, uno dei più grandi fuoriclasse del calcio mondiale di tutti i tempi, e grandissimo artefice del primo scudetto conquistato dalla Fiorentina nel 1955-1956. Julinho si mise in luce nella squadra brasiliana del Portoguesa, e suscitò l’interesse di molte squadre europee, fra le quali il Real Madrid e l’Inter, che già nel 1951 fece un’importante offerta per l’acquisto del cartellino del calciatore brasiliano; il Portoguesa, però, rifiutò tutte le offerte, anche perchè Julinho, molto legato alla sua famiglia, alla sua terra, e già nel giro della “Selecao”, non intendeva trasferirsi all’estero. Nel 1954 Julinho disputò il Campionato del Mondo in Svizzera indossando la “camiseta” numero 7 del Brasile, e giocò delle grandi partite, tanto che l’allenatore viola Fulvio Bernardini chiese con insistenza al Presidente Enrico Befani di concludere al più presto l’acquisto del campione brasiliano, convinto che grazie al suo apporto la Fiorentina avrebbe potuto finalmente mettere in bacheca il suo primo Scudetto. Così, dopo una lunga e rocambolesca trattativa durante la quale la società viola cercò di tesserare Julinho come oriundo, ritenendo di avere scoperto negli archivi dello Stato Civile di Stazzema un antenato italiano del calciatore brasiliano (certo “Bottelli”, che, emigrato in Brasile nella seconda metà del diciannovesimo secolo, avrebbe poi “portoghesizzato” il proprio cognome in “Botelho”, ma che in realtà nulla aveva a che fare con Julinho), si concluse finalmente l'acquisto del calciatore sudamericano, per il quale fu pagata una cifra altissima per l’epoca.

Il 4 agosto 1955 Julinho, fra l'entusiasmo dei tifosi della Fiorentina, arrivò a Firenze, dove diventò subito “Giulio”, e mise in mostra sin dall’inizio della sua avventura in maglia gigliata le sue eccelse qualità. Un calciatore immenso, dotato di una classe cristallina, e di una correttezza unica, dentro il campo e fuori.

Nel suo primo anno in maglia viola "Giulio" fece letteralmente la “differenza”, tanto che Bernardini – uno al quale piacevano i “motti” – ebbe a dire che “Julinho imposta, dirige, segna”, e che “un’ala può arrivare a Julinho, non oltre”... La stagione 1955-1956 – che ebbe inizio con la partita amichevole che la Fiorentina disputò contro la grande squadra sovietica della Dinamo Mosca di Jashin il giorno 8 settembre 1955, e nel corso della quale “Giulio” mandò in estasi i tifosi viola – fu una cavalcata trionfale, ed il brasiliano fu stratosferico; in Campionato giocò trentuno partite, segnò sei gol, fu autore di moltissimi “assist” e di prestazioni memorabili.

Julinho era un campione veramente completo, sia sotto il profilo della tecnica individuale che sotto il profilo atletico; il suo “pezzo forte” era costituito dalle “finte”, di corpo e di gambe, con le quali sbilanciava il difensore avversario e lo saltava agevolmente. Indimenticabile fu la partita interna che la Fiorentina giocò contro il Lanerossi Vicenza il 25 marzo 1956, che ha un proprio antefatto nella gara di andata, che si disputò a Vicenza il 30 ottobre 1955. In questa partita “Giulio” non brillò, ben controllato dal terzino sinistro vicentino Pavinato, il quale, a fine partita, orgoglioso della propria prestazione, ebbe a dire ai giornalisti: “Tutto qui Julinho”?. Allora “Giulio” aspettò Pavinato nella partita di ritorno, in programma a Firenze, per l’appunto, il 25 marzo 1956. Fu uno spettacolo... Finte, contro-finte, dribblings a destra, a sinistra, “a rientrare”, rallentamento dell’azione per attendere Pavinato dopo averlo saltato ed irriderlo ancora con nuove finte e nuovi dribblings, fra l’entusiasmo crescente dei tifosi fiorentini... Il povero Pavinato – che fra l’altro non era affatto uno sprovveduto, e che in seguito si sarebbe affermato come uno dei migliori terzini sinistri italiani – ricorderà sicuramente ancor oggi quella partita e lo straordinario Julinho di quel giorno, che gli sfuggiva da tutte le parti; e ad un certo punto della gara l’allenatore del Lanerossi Vicenza Guttmann si rivolse al collega Bernardini affinchè intervenisse per indurre il campione brasiliano a porre fine a quella mattanza... Anche nel Campionato successivo “Giulio” fu un grande protagonista, giocando trenta partite e segnando nove gol, e trascinando la Viola a disputare la finale della Coppa dei Campioni a Madrid contro i “Blancos”, che si aggiudicarono la gara (ed il trofeo) più in conseguenza delle sciagurate decisioni arbitrali dell’olandese Horn che non per effettivi meriti propri. A fine stagione “Giulio” tornò in Brasile, deciso a restare in patria a seguito della morte del padre, e per stare vicino alla sua famiglia di origine, alla quale, come detto, il campione brasiliano era legatissimo. Il Presidente della Fiorentina Befani lo convinse a giocare ancora un anno nella Viola; poi, al termine del Campionato 1957-1958, disputato ancora ad altissimi livelli, e nel quale realizzò sette gol in ventotto partite, “Giulio” tornò definitivamente in patria, salutando il pubblico fiorentino con un gol nell’ultima gara di Campionato che si disputò a Firenze contro il Padova il 25 maggio 1958. Giocò ancora a lungo in Brasile, nel Palmeiras, squadra con la quale vinse diversi titoli, e giocò ancora con la nazionale brasiliana, con la quale disputò l’ultima gara alla veneranda età di trentasei anni (un’eternità per l’epoca). Julio Botelho è stato un grandissimo ed un autentico fuoriclasse. Abbiamo detto che il “pezzo forte” del suo repertorio era costituito dalle “finte e contro-finte”, ma non possiamo tacere della sua eccelsa tecnica individuale, del suo incredibile controllo di palla in velocità, del suo tiro forte e preciso, dei suoi “cross” dalla destra “a pelo d’erba” forti e tesi – veri e propri "inviti a nozze" per Pecos Bill Virgili – della sua potenza atletica, della sua grande progressione in velocità, del suo sbalorditivo scatto da fermo, impensabile in un atleta della sua statura (un metro ed ottanta centimetri di altezza), del suo grandissimo senso tattico... Difficile, forse impossibile, descrivere Julinho, perché le parole sarebbero comunque limitative della sua grandezza.  Come ben scrisse Vinicio Vannucci in un articolo pubblicato su un numero della rivista “Alé Fiorentina” del 1966, nel quale l'autore tracciò un profilo del fuoriclasse brasiliano, “per chi lo ha visto giocare ogni parola è superflua, per chi non lo ha mai visto giocare ogni parola è inutile”... Julinho tornò in Brasile nel 1958, ma non si scordò mai di Firenze e della Viola. Morì a San Paolo il giorno 11 gennaio 2003. Era un sabato, e la notizia giunse subito a Firenze. Si seppe allora che “Giulio” aveva fatto dipingere di viola le mura della sua stanza, e che aveva dato disposizioni affinchè sulla sua bara, oltre alla bandiera del Portoguesa e del Palmeiras, fosse posto anche un labaro viola. In quell’anno il calcio a Firenze stava faticosamente risorgendo dopo la revoca dall'affiliazione sportiva sancita nei confronti della Fiorentina nell'estate 2002, e la "Florentia Viola" - questa la denominazione assunta dalla nuova espressione calcistica di Firenze - disputava il Campionato di Serie C/2. Il giorno successivo alla morte di “Giulio”, la Florentia Viola era impegnata nella partita interna contro la Sangiovannese, ed i vertici societari evitarono accuratamente di onorare la memoria del grande campione brasiliano: non venne effettuato il minuto di raccoglimento, né i calciatori della Florentia Viola indossarono la fascia nera al braccio in segno di lutto. Quanto sopra, nel timore che i creditori della vecchia Fiorentina potessero arguire, dal fatto della commemorazione di Julinho, una “continuità” tra la stessa Fiorentina e la Florentia Viola. A parte l’assoluta inconsistenza giuridica di un tale ragionamento (la “Florentia Viola s.r.l.” era stata costituita “ex novo” con specifico atto notarile nei primi giorni del mese di agosto del 2002, e quindi non sussisteva e non poteva sussistere continuità giuridica di alcun tipo con la “Fiorentina S.p.A.”, alla quale era stata revocata l'affiliazione sportiva, con automatica risoluzione di diritto di tutti i contratti in corso, e per la quale era stato chiesto il fallimento), l'atteggiamento dei dirigenti della Florentia Viola di ignorare la morte di “Giulio” fu assolutamente vergognoso, anche in forza della semplice considerazione che il fuoriclasse brasiliano avrebbe dovuto essere onorato non solo quale campione del passato della Fiorentina, ma anche e soprattutto quale autentica gloria sportiva della città di Firenze, di cui la Florentia Viola era espressione... Ragionamento troppo fine e troppo genuino per i dirigenti del tempo, ma – fortunatamente – non per i tifosi della “Fiesole”, che in fretta e furia riuscirono a fabbricare e ad esporre allo stadio uno striscione dedicato a "Giulio" con scritto “Ciao 7Bello”! Riposa in pace mitico “Giulio”, campione immenso ed autentica gloria ed orgoglio di Firenze! Un grande abbraccio ovunque tu sia, i tifosi viola ti avranno sempre nel cuore.